Il Ventotto
Per una dozzina d’anni il 28 dicembre ci siamo incontrati,
un gruppo di dieci amici, in una casa di vacanza sul litorale
di Salerno. Un luogo squallido e abbandonato in pieno inverno,
in cui abbiamo cucinato mangiato e bevuto fino allo sfinimento.
Questo, per tanti anni.
All’inizio si portava roba cucinata dalle mamme, si comprava vino da battaglia e ci si ubriacava smodatamente. La notte cantavamo canzonacce e poi andavamo sulla spiaggia a rincorrere le onde.
Pian piano la cena si è raffinata, abbiamo iniziato a cucinare noi (io addetto ai primi), e ad abbinare vino e cibo. Lì ho bevuto il Sassicaia, quando ancora si poteva comprare a prezzi accessibili, e il mio primo Bordeaux, uno Chateau Lynch-Bages, non lo dimenticherò mai.
Alla fine era diventato un rito gastronomico, tutti stavano attenti a non esagerare, e, quindi, non ci siamo più divertiti. Così è finito il “ventotto”, come chiamavamo la nostra cena eccessiva.
Lix Toll
In Scozia ho fatto l’ultimo viaggio da giovane: era il 1977
ed era stato l’anno orribile delle occupazioni delle Università
da parte degli autonomi, e dell’inizio della lotta armata.
L’anno dopo mi sarei laureato e avrei smesso con la politica:
non lo sapevo, ma stavo diventando grande.
Con Franco, più giovane e più matto di me, andammo
in Scozia, viaggiando con l’autostop e dormendo negli ostelli,
dove trovavamo, inevitabilmente, coetanei italiani, con cui litigare
sulla politica. Partendo da Edimburgo trovammo una serie di passaggi
che ci portarono fino ad un paese, nel centro delle Highlands,
carino, ma pieno solo di alberghi per noi inavvicinabili.
Passammo un intero pomeriggio – quattro ore – ad attendere
un nuovo passaggio, ma nessuno si fermò.
Decidemmo allora di andare a piedi a Lix Toll, che sulla cartina era indicato a cinque miglia; avevamo i sacchi a pelo, e se non avessimo trovato un posto, almeno, avremmo mangiato e dormito in un centro abitato. Furono due ore lunghissime, su e giù per le colline scozzesi, e infine, dalla cima dell’ultima vedemmo Lix Toll: una casa e un distributore di benzina.
Lo sconforto fu drammatico: il prossimo centro abitato (?) segnato
dalla cartina era a 8 miglia, era ormai tardi e la solita pioggia
scozzese aveva iniziato a cadere.
Quando arrivammo all’unica casa, scoprimmo che si trattava
di un bed & breakfast, ed aveva ancora una camera libera.
Cenammo con tè e biscotti offerti dalla padrona e andammo
dormire alle 8, per il più dolce sonno della mia vita.
Fides-Simmenthal
Allora la chiamavamo “palla a canestro” e non “basket”
ed eravamo abituati a vederla nei televisori in bianco e nero
con la telecronaca di Aldo Giordani. Io tifavo Simmenthal, la
squadra di Milano, le scarpette rosse. Gianlorenzo tifava Ignis
Varese, la grande antagonista. Terza forza era la squadra di Napoli,
la Fides Partenope, e quella domenica del 1971 giocava contro
il Simmenthal.
Decidemmo di andare: partimmo con anticipo colossale, nel timore di non trovare i biglietti, e invece, quando arrivammo, il palazzo dello sport era semideserto. Attendemmo con ansia sempre crescente, conversando all’infinito del campionato.
Arrivarono finalmente le sei, e le squadre entrarono in un Palasport ora colmo. E’ un’emozione che non dimenticherò: si accesero uno alla volta i grandi riflettori, e il parquet si illuminò in modo splendente; al culmine entrarono i giocatori, altissimi, belli, in tute di raso coloratissime e per noi straordinarie (anche il Milan e l’Inter avevano ancora le tute blu di flanella). Masini, Giomo, Bariviera, li vedevo per la prima volta da vicino, mi sembrava di vedere Achille, Ettore, Enea, lì davanti ai miei occhi. Sarei potuto andar via felice già allora.
La partita fu straordinaria, punto-a -punto, a tifare io contro gli ottomila del Palasport, e si decise al secondo supplementare. Vincemmo noi, ma la felicità sarebbe stata uguale, anche perdendo. Quella fu, come si scriveva nei temi di una volta, una giornata che non dimenticherò mai.

