Impiegato

Consulente

Imprenditore

 

Imprenditore

Dietro un’azienda c’è sempre un sogno: quello mio di non essere più “a padrone”, quello di Simona e Rossella di vivere un’avventura. Abbiamo iniziato praticamente senza un soldo a parte i miei pochi risparmi, utili ad avviare in modo spartano l’attività. Il primo vero lavoro ce l’ha dato Trainet, società del gruppo Telecom Italia, che doveva realizzare un complesso sistema di servizi per una piattaforma didattica di eLearning. E poi abbiamo iniziato a fare altro, dalle classiche consulenze di marketing (qualche ricerca di mercato, qualche report competitivo), un po’ di formazione tradizionale, quello che è capitato.

 

Tra le cose capitate c’è stata un’importante commessa della Provincia di Salerno, che doveva fare uno studio per lo sviluppo locale di un’area interna. Ci siamo rivolti a un altro collega della Sdoa, che aveva lavorato su questi temi, e così abbiamo iniziato con Alfonso. Dopo un anno abbiamo giudicato che c’erano le condizioni per associare anche lui ed abbiamo raggiunto l’equilibrio attuale. Quello che facciamo e abbiamo fatto lo spiego altrove . Qui voglio scrivere solo quella che è la vision, così come la definii nel 2000, quando corteggiavo Simona e Rossella perché mi dicessero di sì (ovviamente al lavoro da fare insieme).

 

Mirò è un’azienda, e quindi la sua cultura di riferimento è quella aziendale, fatta di ricerca dell’efficienza, di capacità di fare profitto, di efficacia lavorativa, di metodologie di lavoro affidabili e riconoscibili.

 

Mirò è uno studio professionale, e questo ha il suo rilievo dal punto di vista dell’informalità delle relazioni, della flessibilità nei metodi lavorativi, della rapidità delle decisioni.

 

Capacità progettuale e marketing come competenze significa che i valori di base di Mirò saranno contrassegnati dalla centralità del cliente e dalla qualità del lavoro. “Centralità del cliente” vuol dire che Mirò pone nella relazione con i suoi interlocutori il massimo della concentrazione e che la capacità di costruire delle partnership diventa elemento di reciproco interesse. Ma centralità del cliente significa soprattutto che Mirò condivide con i suoi clienti i grandi obiettivi: Mirò vuol far crescere gli enti locali nella loro capacità di rappresentare i cittadini e di produrre benefici per la comunità; Mirò vuole che le imprese piccole e medie sappiano innovarsi e crescere insieme con tutta l’economia meridionale; Mirò vuole che nascano nuove iniziative, che, specialmente in ambito culturale, arricchiscano la qualità della vita dei cittadini e la competitività complessiva del Mezzogiorno e del Paese tutto.

 

“Qualità del lavoro” significa che tutto quello che si affronta va costruito con attenzione e impegno, capacità innovativa, cura dei particolari, voglia di fra bene. Mirò vuol fare prodotti eccellenti, vuol offrire servizi di alto livello, riconoscibili e belli.

 

Di importanza fondamentale tra i valori di Mirò c’è infine la qualità della relazione tra le persone: Mirò vuole che i collaboratori e i partner abbiano piacere a fare quello che fanno, che si sentano partecipi e importanti, che la misurazione del loro lavoro sia fatta sui risultati e non su comportamenti obbligati, prevedibili, coartati. Mirò vuole che chi lavora sia felice di quello che realizza, che lo senta proprio, che i guadagni che si hanno siano proporzionati all’impegno e che siano distribuiti per garantire la sopravvivenza dell’azienda, ma non l’arricchimento di qualcuno.”

 

Questo scrivevo a inizio del 2000 e spero di non aver tradito troppo quegli impegni.

 

L'Università.

La cosa buffa è che, diventato imprenditore, si è avverato anche il sogno della mia laurea: sono diventato professore universitario. E' un'attività a contratto, cioè è precaria e ogni anno va rinnovata; ma, pur sempre, a Urbino mi chiamano “prof”.

Insegno, a Scienze dei Beni Culturali, una materia che si chiama “Teoria e Tecnica dell'Organizzazione”, e che io ho tradotto in “management e marketing dei beni culturali”. Ho ritrovato un'università stravolta, dopo quasi trent'anni che l'avevo lasciata, tutta protesa a nuove progettazioni (corsi di laurea, specializzazioni, master) e a fare business, richiamando studenti trattati come clienti. Un'università in fondo vitale, e meno cattiva di come la descrivono sui giornali.