La famiglia
Sono nato a Vercelli, all’inizio degli anni ’50, quando
l’Italia si stava preparando al boom economico e alla sfida
della modernità.
Mio padre era magistrato, e nella sua inquietudine, ha portato in giro per l’Italia me, i miei due fratelli più giovani, mia madre, fino ad arrivare a Salerno, dove ha trovato la sede soddisfacente. Anche se questo lo abbiamo dovuto dedurre dal fatto che non si è più mosso, perché lui della vita non si è mai dichiarato soddisfatto, figuriamoci della città in cui vive. Un meridionale scontento, infelice al Nord perché mal trattato, arrabbiato al Sud perché indispettito dalle condizioni di vita. Da lui ho appreso, oltre tutto ciò che si apprendeva dai padri di un tempo, la scontentezza come progetto, non come male esistenziale.
Mia madre non dà insegnamenti, ma affetto, come le madri di una volta, e quindi io ho avuto una famiglia tradizionale, con due fratelli più giovani con cui competere, sapendo che li avrei battuti sempre.
Non è stato così, loro hanno mille qualità, ma, quella che invidio di più, è il talento musicale. Io amo la musica, ma so suonare solo lo stereo, loro tutti gli strumenti. E poi loro sono stati capaci di fare dei figli e io no, e di questo un po’ li compiango e molto li invidio. Viva Giulia, Giuseppe e Giovannino, i miei nipoti.
Gli amici
Ho avuto tanti amici, tantissimi. Oggi faccio fatica a trovarne
di nuovi: i migliori, inevitabilmente, sono quelli di un tempo,
eppure, ancora riesco con qualcuno a ricreare, raramente, quel
clima di totale confidenza, di dedizione e di solidarietà
che avevano le amicizie dell’adolescenza, quando con Peppe,
o con Alberto ci immaginavamo il mondo che avremmo
dominato, di lì a poco.
Poi è venuta la politica e l’amicizia è diventata ancor più piena: il mondo che avremmo dominato, caro Vincenzo, era anche il mondo perfetto, quello scritto nei nostri manuali di marxismo.
Poi ancora, la cultura, e qui sempre più ci si è chiarito quello che toccava a noi e quello che doveva fare il mondo, per assecondare le nostre teorie, e con Giovanni e Gianni abbiamo disegnato gli scenari del futuro.
Oggi che non capisco più niente, e il mondo è partito per itinerari a me ignoti, mi sono rimasti gli amici di un tempo, e qualcuno nuovo, a farmi compagnia. E questa è la vera ragione dell’amicizia, e quindi a tutti sono grato.
Mia moglie
Si chiama Delizia. Ve ne parlo altrove
Il lavoro
Anche di questo ne parliamo altrove, fin troppo, ma per non rinviare
tutto, dico che il lavoro è stato per me il luogo dove
ho cercato con più forza di realizzare i miei sogni.
Per rincorrerli, questi sogni, ho cambiato lavoro con frequenza,
in media ogni tre anni.
E’ retorica questa affermazione dei sogni, e può sembrare da uomo vincente, categoria a cui, fortunatamente, non appartengo. Voglio dire che nella mia visione da sessantottino, il lavoro è quel luogo in cui devi cercare di realizzare i tuoi ideali.
Per questo ho voluto sempre, con forza e testardaggine, spesso sconfitte, fare nel lavoro quello che ritenevo giusto: persone che si rispettano e collaborano; cose fatte bene, belle, utili; meriti distribuiti equamente. E poi amicizia tra chi lavora, e capacità di distinguere ciò che è bene da ciò che è male. In fondo, la mia organizzazione di lavoro ideale è la Comune dei figli dei fiori e dei miei sogni giovanili. Sarà per questo che Mirò, la mia società, non è ancora quotata in borsa?



